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Mustilli, cinque secoli di storia e viticoltura costruita sul patrimonio autoctono

di Valentina Taccone

Cinque secoli di storia familiare e una scelta produttiva precisa: è Mustilli a fare della viticoltura di Sant’Agata dei Goti la chiave per valorizzare i vitigni autoctoni campani. Dalla Falanghina vinificata in purezza negli anni Settanta alle interpretazioni contemporanee dei vigneti aziendali, una cantina che ha fatto dell’identità territoriale una precisa scelta produttiva
La storia del vino è una sintesi armonizzata a memoria, patrimonio, racconto. Ma può diventare un vero e proprio metodo. Nel caso di Mustilli, la storia della famiglia e quella della viticoltura finiscono per coincidere, perché il rapporto con la terra di Sant’Agata dei Goti non è soltanto parte dell’identità aziendale. Rappresenta il punto di partenza delle scelte che hanno costruito la cantina nel corso degli ultimi decenni. La famiglia Mustilli arriva a Sant’Agata dei Goti all’inizio del Cinquecento, proveniente da Ravello, e qui costruisce nel tempo il proprio legame con il territorio. La cultura del vino accompagna la storia familiare e trova ancora oggi una testimonianza concreta nelle antiche cantine scavate nel tufo sotto il palazzo di famiglia, nel centro storico del borgo sannita.


Ma è negli anni Settanta che questa eredità assume una direzione vitivinicola precisa. Leonardo e Marilì Mustilli scelgono di investire nuovamente sulla vite e, soprattutto, sui vitigni autoctoni campani. In un periodo nel quale la viticoltura italiana si orientava sempre più verso le varietà internazionali, l’azienda reimpianta Falanghina, Greco, Aglianico e Piedirosso sulle colline di Sant’Agata dei Goti.
Una scelta che oggi può apparire naturale, ma che allora rappresentava una vera presa di posizione produttiva: riconoscere negli autoctoni non un limite, ma la possibilità di costruire un vino capace di raccontare un luogo.
Poi arriva Falanghina come intuizione, una filosofia trova la sua espressione più significativa.
Leonardo Mustilli ne coglie instinvamente le potenzialità già nel 1976 e decide di vinificarla in purezza. La Falanghina Mustilli del 1979 viene indicata dall’azienda come la prima Falanghina al mondo vinificata e imbottigliata in purezza.
Al di là del primato, ciò che conta è la portata di quella scelta sul piano produttivo: trasformare una varietà locale in un vino riconoscibile, capace di essere imbottigliato e presentato come espressione autonoma di un territorio.

La Falanghina diventa così uno dei principali strumenti attraverso i quali Mustilli costruisce la propria identità e, nel tempo, contribuisce anche alla crescita della reputazione del vitigno.
Oggi la produzione continua a riservarle un ruolo centrale, con uve provenienti dai vigneti Presta, Pozzillo e Cesco di Nece. La vinificazione in acciaio e l’affinamento sui lieviti, accompagnato da periodici batonnage, seguono una logica precisa: lasciare spazio alla varietà e alla sua espressione territoriale, utilizzando la tecnica come strumento e non come elemento dominante.

Il Sannio come matrice produttiva, così si legge l’impostazione dei vini rossi dell’azienda.
Aglianico e Piedirosso rappresentano due delle principali espressioni della viticoltura sannita e vengono interpretati attraverso percorsi di cantina differenti, costruiti in funzione delle caratteristiche del vino.
Il Piedirosso viene lavorato principalmente in acciaio, mentre l’Aglianico prevede anche un passaggio in tonneaux di rovere francese e un successivo affinamento in bottiglia. La produzione comprende inoltre selezioni di vigneto nelle quali la ricerca si fa più approfondita e il tempo diventa una componente importante dell’interpretazione enologica.
È il caso di Vigna Segreta, espressione di Falanghina proveniente dal vigneto Pozzillo, per la quale la fermentazione è preceduta da una lieve macerazione pellicolare a freddo e seguita da un lungo affinamento sur lies.
Ancora più particolare è il percorso di Artus, ottenuto da Piedirosso e vinificato e maturato in vasi di ceramica. Una scelta che testimonia la volontà di sperimentare differenti strumenti di affinamento senza perdere il legame con il vitigno.
Il Cesco di Nece, da Aglianico, segue invece un percorso più tradizionale, con fermentazione in acciaio e successiva maturazione in rovere francese.Non si tratta quindi di una produzione costruita su un unico stile enologico. La costante è piuttosto la ricerca di una coerenza tra varietà, vigneto e tecnica di cantina.
Il vigneto prima della tecnologia. I filari dell’azienda Mustilli sono impiantati nel territorio di Sant’Agata dei Goti, intorno ai 250 metri di altitudine, con esposizione sud-occidentale e terreni caratterizzati dalla componente calcarea, argillosa e vulcanica. È qui che si trova il vero punto di partenza della produzione.
L’obiettivo dell’azienda non sembra essere quello di imporre uno stile enologico uniforme alle diverse varietà, ma di lavorare sulle caratteristiche della materia prima per ottenere vini leggibili e riconoscibili.
È una filosofia particolarmente evidente nelle diverse modalità di affinamento adottate. Acciaio, legno e ceramica diventano strumenti differenti per accompagnare i vini nel loro percorso, mantenendo come elemento comune l’origine delle uve.
In questa prospettiva, la tecnica di cantina non sostituisce il territorio. Lo accompagna.

Dalle cantine nel tufo alla moderna vinificazione, la storia produttiva di Mustilli passa anche attraverso uno degli elementi architettonici più caratteristici dell’azienda: le cantine scavate nel tufo a circa quindici metri di profondità sotto il palazzo storico della famiglia.
Fino al 2001 questi ambienti hanno ospitato la vinificazione. Oggi sono destinati all’affinamento in legno dell’Aglianico, mentre la fase di vinificazione è stata trasferita in uno stabilimento enologico dotato di tecnologie moderne. È un passaggio che racconta bene l’evoluzione dell’azienda.
La modernizzazione del processo produttivo non ha significato cancellare la dimensione storica della cantina. Al contrario, gli spazi originari continuano a essere parte del percorso del vino e mantengono una funzione produttiva, mentre le fasi che richiedono maggiore controllo tecnologico vengono gestite in una struttura adeguata alle esigenze contemporanee.
La tradizione, dunque, non viene conservata come elemento statico, ma integrata all’interno di un sistema produttivo più moderno.La continuità passa dalla nuova generazione, in sintesi.
A portare avanti questo percorso oggi sono anche Paola e Anna Chiara Mustilli, impegnate a tempo pieno nell’azienda.
La divisione dei ruoli racconta una realtà nella quale il vino viene seguito lungo dimensioni diverse ma complementari. Anna Chiara si occupa della conduzione dei vigneti e della cantina, mentre Paola segue l’area commerciale e la comunicazione.
È un passaggio generazionale che non coincide semplicemente con la successione nella proprietà o nella gestione. La nuova generazione porta infatti con sé un diverso modo di comunicare il patrimonio familiare e di confrontarsi con il mercato.

Anche le etichette diventano parte di questa evoluzione. I vini Classici richiamano direttamente Sant’Agata dei Goti, attraverso i suoi ponti, le chiese e l’acqua. I Cru, invece, reinterpretano in chiave pop i ritratti degli antenati della famiglia, introducendo riferimenti alla cultura musicale e all’immaginario contemporaneo. È un linguaggio che parte dalla storia ma rifiuta di trasformarla in una rappresentazione esclusivamente nostalgica.
Una cantina che ha scelto gli autoctoni prima che diventassero una tendenza.
Il percorso aziendale assume oggi un significato particolare perché molte delle scelte compiute dalla famiglia negli anni Settanta sono diventate, nel frattempo, temi centrali del vino italiano.
La valorizzazione dei vitigni autoctoni, la ricerca dell’identità territoriale, la riscoperta dei vigneti storici e la necessità di distinguere le produzioni attraverso una precisa origine sono oggi elementi fondamentali nel posizionamento delle denominazioni italiane.
Mustilli ha iniziato a lavorare in questa direzione quando il contesto era molto diverso. La Falanghina rappresenta il caso più evidente, ma la stessa filosofia riguarda Aglianico e Piedirosso: vitigni che vengono mantenuti al centro della produzione e interpretati attraverso differenti percorsi enologici, dalla vinificazione in acciaio fino agli affinamenti in legno e ceramica.
La produzione, quindi, non è separata dalla storia aziendale. Ne è una conseguenza. Il territorio come elemento distintivo
Sant’Agata dei Goti è il luogo della famiglia, ma soprattutto è il luogo dei vigneti, dei vitigni recuperati, delle cantine e delle diverse interpretazioni enologiche che compongono oggi la gamma aziendale.


Cinque secoli come patrimonio che leggono il vino come evoluzione.
Il valore di Mustilli non sta soltanto nei cinque secoli di storia della famiglia. Sta nella capacità di aver trasformato quella storia in una direzione produttiva riconoscibile.
La scelta di recuperare gli autoctoni negli anni Settanta, l’intuizione sulla Falanghina, il lavoro sui vigneti di Sant’Agata dei Goti, la ricerca sulle modalità di affinamento e il passaggio a una nuova generazione raccontano un’azienda nella quale la tradizione non è un punto di arrivo.
È piuttosto una materia da continuare a interpretare. Le antiche cantine nel tufo rappresentano la memoria; i vigneti rappresentano la continuità; la cantina moderna, la ricerca enologica e la nuova generazione rappresentano invece la capacità di evolvere.
Ed è probabilmente proprio nella convivenza di questi elementi che si trova oggi la cifra di Mustilli: una cantina che ha fatto della valorizzazione dei vitigni e del territorio sannita non soltanto la propria storia, ma il proprio metodo produttivo.

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