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Monserrato 1973, il modello agricolo integrato nel Sannio tra viticoltura biologica e recupero delle varietà locali

di Valentina Taccone

A Benevento un’azienda agricola di 60 ettari ha costruito un percorso studiato sulla gestione biologica delle colture, sul controllo delle trasformazioni e sulla valorizzazione del patrimonio varietale sannita. Al centro del progetto vitivinicolo la Camaiola, accanto ad Aglianico, Falanghina, Fiano e Piedirosso.

A Benevento un’azienda agricola di 60 ettari ha costruito un percorso studiato sulla gestione biologica delle colture, sul controllo delle trasformazioni e sulla valorizzazione del patrimonio varietale sannita. Al centro del progetto vitivinicolo la Camaiola, accanto ad Aglianico, Falanghina, Fiano e Piedirosso.

Nel Sannio la viticoltura non può essere considerata separatamente dal sistema agricolo nel quale è inserita. La presenza storica di seminativi, oliveti e vigneti ha infatti contribuito alla definizione di un paesaggio produttivo articolato, nel quale la diversificazione colturale rappresenta ancora oggi una delle caratteristiche delle aziende agricole dell’area.
Per questo, Monserrato 1973 si inserisce naturalmente in questo contesto con un modello che supera la dimensione della sola cantina. L’azienda, situata sulle colline a est di Benevento, si estende complessivamente per circa 60 ettari e integra vigneto, oliveto e seminativi all’interno di una gestione biologica certificata dal 2022. L’obiettivo è quello di mantenere all’interno della struttura aziendale una parte significativa delle fasi produttive e di trasformazione delle materie prime coltivate.

La storia dell’azienda inizia nel 1973, quando il Cavalier Francesco Zecchina avvia la riorganizzazione agricola dei terreni ai piedi del Monte Serrato. In origine il sistema produttivo era caratterizzato dalla presenza del tabacco, coltura allora ampiamente diffusa nel Sannio, affiancata da olivo e da una prima superficie vitata. Il vino e l’olio prodotti negli anni successivi erano destinati prevalentemente all’autoconsumo.
Il passaggio generazionale e l’ingresso di Lucio Zecchina hanno progressivamente modificato questa impostazione, attraverso un programma di ristrutturazione aziendale orientato alla diversificazione, alla qualificazione delle colture e alla trasformazione diretta. Il tabacco è stato progressivamente sostituito da seminativi, principalmente grano e orzo, mentre sono state ampliate le superfici a vigneto e olivo.

Il risultato attuale è una struttura agricola articolata, a dir poco. Circa 25 ettari sono destinati ai seminativi, 13,5 ettari alla viticoltura e 6 ettari all’olivicoltura. A queste produzioni si aggiungono coltivazioni di legumi della tradizione beneventana e il recupero del grano duro Saragolla, utilizzato per una linea di pasta ottenuta esclusivamente dalla stessa varietà, anche nella versione integrale.
È soprattutto il vigneto, tuttavia, a rappresentare il principale asse produttivo dell’azienda. I 13,5 ettari vitati sono condotti interamente secondo metodo biologico e comprendono 2 ettari di Aglianico, 2,5 ettari di Camaiola, 6,5 ettari di Falanghina, 1,5 ettari di Fiano e 1 ettaro di Piedirosso. La composizione varietale evidenzia una scelta orientata prevalentemente verso il patrimonio ampelografico regionale, con una presenza particolarmente significativa della Falanghina e un investimento specifico sulla Camaiola.
La gestione delle vigne si sviluppa su quattro nuclei principali, differenti per quota, esposizione, impianto e composizione varietale. La vigna Murate di Sotto, con 4,5 ettari impiantati nel 1999 tra 250 e 300 metri di altitudine, presenta esposizione sud-sudest e suoli argilloso-calcarei. Qui sono presenti Camaiola, Aglianico e Falanghina, allevati a Guyot con sesto di 2 metri per 0,80.
La vicina Murate di Sopra si sviluppa su 2,5 ettari, anch’essi collocati tra 250 e 300 metri, con esposizione sud e suoli argilloso-calcarei. Gli impianti, realizzati nel 2000 e allevati a Guyot con sesto di 2,50 per 1,20 metri, sono dedicati a Piedirosso e Falanghina.
A quote comprese tra 300 e 350 metri si trova invece la vigna La Francesca, tre ettari impiantati nel 2000 su suoli argilloso-calcarei con esposizione sud. La superficie comprende Falanghina, Fiano e una presenza di Merlot, allevati a Guyot con sesto di 2 metri per 0,80. Più in alto, a circa 400 metri, la vigna Monserrato comprende altri tre ettari, impiantati nel 2002, con esposizione sud-sudest e suoli argilloso-calcarei. Qui la scelta varietale è concentrata su Falanghina e Fiano, con un sesto di 2,50 per 0,80 metri e allevamento a Guyot.

La distribuzione delle vigne evidenzia quindi un patrimonio viticolo non omogeneo per altitudine e configurazione, ma caratterizzato da una matrice pedologica ricorrente e da differenti condizioni di esposizione. Per una realtà che punta alla gestione diretta delle produzioni, questa articolazione costituisce un elemento importante per leggere la risposta delle diverse varietà alle condizioni ambientali.
La conduzione biologica certificata rappresenta un ulteriore elemento strutturale del modello Monserrato. L’approccio aziendale prevede il contenimento dell’impatto delle lavorazioni e una significativa componente di interventi manuali. In questo quadro, la gestione del vigneto assume un ruolo centrale: la conduzione biologica non viene considerata esclusivamente come un protocollo di produzione, ma come parte di una più ampia impostazione agricola che coinvolge l’intera superficie aziendale.
Tra le varietà coltivate, la Camaiola costituisce probabilmente l’elemento ampelografico più caratterizzante del progetto. Per lungo tempo conosciuta localmente come Barbera del Sannio, questa varietà è stata storicamente utilizzata soprattutto in assemblaggio con altre uve, anche per le sue caratteristiche cromatiche e aromatiche. La sua elevata dotazione di antociani, associata a una componente aromatica fruttata e floreale e a una struttura tannica relativamente contenuta, ne ha favorito l’impiego tradizionale come elemento di completamento delle produzioni locali.

La vicenda della Camaiola è legata alla storia viticola di Castelvenere, territorio nel quale la varietà ha rappresentato per lungo tempo una componente significativa della produzione locale. La fragilità del grappolo a piena maturazione ne rendeva complesso il trasporto e contribuiva a limitarne la commercializzazione al di fuori dell’area di produzione. Per questo motivo la varietà è rimasta a lungo legata alla vinificazione locale e al consumo diretto. Ma il successivo utilizzo del nome Barbera del Sannio ha generato una sovrapposizione terminologica con la Barbera piemontese, varietà geneticamente distinta. La progressiva definizione dell’identità della Camaiola ha consentito di ricondurre il vitigno alla propria specificità sannita, distinguendolo dalla varietà piemontese e riportando l’attenzione sulle sue caratteristiche ampelografiche ed enologiche.
L’investimento di Monserrato sulla Camaiola si colloca proprio all’interno di questo processo di recupero e qualificazione. La presenza di 2,5 ettari dedicati alla varietà, all’interno di una superficie vitata complessiva di 13,5 ettari, rappresenta infatti una scelta produttiva significativa per un vitigno che per lungo tempo è stato considerato soprattutto come componente di assemblaggio.
Il progetto agricolo non si limita tuttavia alla viticoltura. La presenza di seminativi, oliveti, legumi e grano Saragolla consente all’azienda di mantenere una struttura produttiva diversificata, nella quale una parte delle materie prime viene successivamente trasformata all’interno della stessa realtà. Vino, olio, pasta e produzioni da legumi diventano così componenti di un sistema agricolo unico, nel quale il valore della produzione non deriva esclusivamente dalla singola coltura ma dalla capacità di integrarla all’interno dell’azienda.
È questo probabilmente l’aspetto più interessante del modello Monserrato 1973. In una fase nella quale la specializzazione produttiva rappresenta spesso la principale strategia delle imprese agricole, l’azienda sannita ha scelto una direzione differente: mantenere una struttura diversificata, controllare direttamente le coltivazioni e sviluppare progressivamente le trasformazioni delle proprie materie prime.

La viticoltura rimane il cuore economico e identitario del progetto, ma viene inserita in un sistema agricolo più ampio. Il biologico, in questo contesto, diventa parte di una strategia complessiva di gestione della superficie agricola, mentre il recupero delle varietà locali rappresenta uno strumento di caratterizzazione produttiva.
La ristrutturazione dei fabbricati agricoli completa il percorso. Gli edifici originariamente destinati a piccole attività rurali e ricovero delle attrezzature sono stati progressivamente recuperati e destinati alle diverse funzioni aziendali, dalla cantina agli spazi di accoglienza e degustazione.

Monserrato 1973 si presenta quindi come un’azienda agricola nella quale la cantina non costituisce un elemento isolato, ma il centro di un sistema produttivo più articolato. È una scelta che riporta il vino all’interno di una concezione agricola più ampia, nella quale il controllo della materia prima, la diversificazione colturale, la trasformazione e la gestione biologica concorrono alla costruzione del valore aziendale.
Nel Sannio, dove la viticoltura convive storicamente con una pluralità di colture e dove il patrimonio ampelografico comprende varietà ancora in fase di piena definizione commerciale, il caso Monserrato offre una chiave di lettura interessante: non soltanto produrre vino da vitigni del territorio, ma costruire intorno al vino un modello agricolo capace di mantenere insieme produzione, biodiversità colturale e trasformazione.

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