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Viticoltura d’altitudine e cambiamento climatico: il Casentino laboratorio del vino che verrà

di Sara Calimari

Dalla 28ª edizione de Il Gusto dei Guidi una riflessione sul futuro della vite tra riscaldamento climatico, biodiversità, adattamento agronomico e identità territoriale. In Casentino il Pinot Nero ha aperto una strada; oggi una nuova generazione di produttori prova a trasformarla in una visione condivisa.

Il cambiamento climatico non è più una variabile da inserire nelle previsioni della viticoltura del futuro, ma è già parte dell’annata. Modifica i tempi del germogliamento, anticipa le fasi fenologiche, ridisegna la disponibilità idrica dei suoli, espone la vite contemporaneamente a stress termici estivi e al rischio di gelate primaverili tardive, altera la pressione di patogeni e fitofagi e obbliga chi coltiva a riconsiderare pratiche agronomiche che per decenni potevano essere date quasi per acquisite.
I numeri restituiscono una dimensione concreta del fenomeno. Le elaborazioni della Regione Toscana sui dati climatici 1955-2024 indicano per la regione un aumento particolarmente marcato delle temperature estive, pari a circa +2,2 °C, accompagnato da ondate di calore più frequenti e prolungate. Anche la montagna non costituisce una zona franca: in quota il riscaldamento invernale risulta significativo, mentre continua a permanere il rischio delle gelate tardive.
È dentro questo scenario che il concetto di viticoltura d’altitudine acquista interesse, ma pensare che basti salire di qualche centinaio di metri per risolvere il problema sarebbe una semplificazione.
La quota è soltanto una delle variabili: la risposta della vite dipende dall’equilibrio che riesce a costruire con suolo, esposizione, disponibilità idrica e ambiente.
Proprio da questo punto è partito il confronto che ha aperto, venerdì 21 agosto al Castello dei Conti Guidi di Poppi, la 28ª edizione de Il Gusto dei Guidi, manifestazione dedicata alla cultura del vino che dal 21 al 23 agosto ha riportato produttori e appassionati nelle cantine storiche del borgo casentinese.
Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Poppi Federico Lorenzoni e del presidente della Pro Loco Centro Storico Poppi Luca Gambineri, il convegno dedicato a cambiamento climatico e valorizzazione dei vigneti d’alta quota ha messo intorno allo stesso tavolo climatologia, istituzioni, ricerca agronomica ed esperienza diretta dei produttori.
Il primo quadro è arrivato da Bernardo Gozzini, già responsabile del Consorzio LaMMA della Regione Toscana, che ha riportato l’attenzione sulle trasformazioni climatiche che interessano direttamente l’agricoltura: periodi siccitosi più lunghi e persistenti, temperature elevate, maggiore evaporazione, incendi e conseguente ulteriore pressione sulle risorse idriche.
Per la vite le conseguenze sono molteplici e non sempre lineari: temperature più alte possono determinare germogliamenti anticipati, esponendo tessuti vegetali già sviluppati alle gelate tardive; nelle fasi successive, invece, picchi termici e carenza idrica possono rallentare o arrivare a bloccare temporaneamente alcuni processi fisiologici e maturativi. A questo si sommano modificazioni nella distribuzione delle precipitazioni e nella pressione fitosanitaria.
Non è semplicemente una questione di “più caldo”; è soprattutto una questione di maggiore instabilità.
A Gozzini ha fatto seguito Gennaro Gilberti, direttore Agricoltura e Sviluppo rurale della Regione Toscana, che ha illustrato le misure regionali di tutela e salvaguardia, ricordando come l’adattamento climatico non possa essere demandato esclusivamente al singolo produttore, ma richieda pianificazione territoriale, gestione della risorsa idrica e ricerca.


Il vigneto non è una macchina produttiva
È stato Ruggero Mazzilli, agronomo, da decenni impegnato nella viticoltura biologica e fondatore della SPEVIS – Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile – a riportare la riflessione sul concetto forse più elementare e, proprio per questo, più facile da dimenticare: la vite è un organismo vivente inserito in un ecosistema.
Il suo intervento ha messo in guardia dal rischio di ridurre il vigneto a semplice apparato produttivo da correggere attraverso una successione di input esterni.
Un suolo vivo, coperto e biologicamente attivo, capace di sostenere microrganismi, apparati radicali e biodiversità, diventa la prima infrastruttura di resilienza della pianta. È un principio sul quale Mazzilli insiste da anni: la natura del terreno e la strategia colturale concorrono a determinare l’assetto vegeto-produttivo del vigneto, mentre la capacità del suolo di trattenere e restituire acqua rappresenta uno dei fattori centrali del suo equilibrio. In questa prospettiva, la biodiversità smette di essere un semplice elemento del paesaggio rurale per diventare uno strumento agronomico concreto: presenza di specie erbacee, sostanza organica, attività microbiologica ed equilibrio tra organismi contribuiscono alla nutrizione della pianta, alla regolazione termica e idrica del suolo e, più in generale, alla capacità dell’intero sistema vigneto di reagire agli stress e alle perturbazioni climatiche.
Da qui anche il monito rispetto a una delle risposte più immediate al riscaldamento climatico: spostare semplicemente la viticoltura verso quote maggiori.
La quota può offrire condizioni preziose – temperature medie inferiori, escursioni termiche più accentuate, diversa dinamica di maturazione – ma non costituisce di per sé una garanzia qualitativa. Un nuovo impianto deve costruire la propria relazione con suolo e ambiente e Mazzilli ha richiamato proprio la scala temporale lunga necessaria perché questa relazione diventi stabile, parlando di decenni e arrivando a indicare circa cinquant’anni per la piena colonizzazione biologica di un ambiente da parte del vigneto.
È un passaggio che cambia prospettiva: non si trasferisce una vite, si costruisce un ecosistema.
Per questo adattarsi al clima che cambia non significa inseguire il fresco verso l’alto né sostituire automaticamente vitigni e pratiche. Significa conoscere con maggiore precisione ciò che avviene nel vigneto, aumentare la capacità di osservazione e intervenire senza cancellarne l’identità.
Mi torna alla mente l’immagine della Formula 1 utilizzata da Michel Rolland: ogni vendemmia è una pista diversa e richiede un assetto diverso. Temperatura, pioggia, disponibilità idrica e velocità di maturazione cambiano continuamente; per questo il collegamento fra vigneto e cantina deve diventare sempre più tempestivo. Osservare la pianta, comprendere ciò che sta accadendo e adattare le scelte enologiche alla materia prima reale dell’annata. Non per correggere il terroir, ma per evitare di coprirlo.
Tecnica, certamente. Ma anche sensibilità agronomica, esperienza e quella particolare forma di empatia che nasce dalla conoscenza quotidiana di una parcella. Perché solo conoscendo profondamente una pianta diventa possibile aiutarla a cambiare senza obbligarla a diventare altro.
È difficile immaginare un luogo più adatto del Casentino per affrontare una riflessione di questo tipo.

 

Racchiusa tra Appennino e Pratomagno, attraversata dall’Arno e caratterizzata da una presenza boschiva che interviene direttamente nella costruzione dei diversi microclimi, questa valle possiede condizioni molto diverse dalla Toscana viticola più conosciuta. Le escursioni termiche, le notti estive fresche, le altitudini frequentemente comprese fra i 400 e i 600 metri e la frammentazione dei vigneti all’interno di un mosaico agricolo e forestale ne costituiscono alcune delle caratteristiche più interessanti.
La vite accompagna la storia casentinese da secoli; nuova è piuttosto la consapevolezza con cui la valle ha iniziato a guardare alla propria vocazione. La nascita dell’Associazione Viticoltori del Casentino ha segnato nel 2026 il passaggio da una costellazione di esperienze individuali alla ricerca di una possibile identità comune. A giugno, durante Vineia, erano state censite trentasei aziende distribuite dalla zona di Subbiano fino all’Alto Casentino e settantadue etichette: un patrimonio ancora fortemente eterogeneo, proprio per questo interessante da osservare nella sua evoluzione.
Qui non esiste ancora un modello stilistico dominante da replicare e, proprio questa identità ancora in costruzione, trasforma quello che potrebbe apparire come un limite commerciale in un interessante spazio di ricerca: si sperimenta con Pinot Nero, Sangiovese, Syrah, Mammolo, varietà internazionali e autoctone; cambiano altitudini, esposizioni, suoli e filosofie produttive.
A sintetizzare forse meglio di ogni altra cosa questa fase sono le parole del presidente dell’Associazione, Marco Biagioli: «Il Casentino è un territorio di boschi, fatica e persone che ci credono».

La strada aperta dal Pinot Nero
A incarnare prima di molti altri questa ostinazione è stato Vincenzo Tommasi, agronomo e oggi voce dell’Associazione Viticoltori del Casentino. Il suo rapporto con il Pinot Nero nasce dalla frequentazione della Borgogna e dall’incontro con Henri Jayer, uno dei protagonisti della rinascita qualitativa borgognona del Novecento. Nel 2006 pianta la prima vigna a Podere della Civettaja; nel 2008 arriva la prima, minuscola vinificazione e con il millesimo 2009 inizia la storia commerciale del vino.
Oggi il Civettaja è diventato molto più di una riuscita etichetta aziendale. È la dimostrazione concreta che il Pinot Nero può trovare nel Casentino una propria declinazione credibile e riconoscibile.
Da quella esperienza è nata una sorta di effetto moltiplicatore. Secondo i dati presentati durante la giornata, sono oggi 19 le aziende casentinesi che coltivano Pinot Nero, per una superficie complessiva di circa 27 ettari.
Numeri ancora contenuti, ma sufficienti per iniziare a leggere il Pinot Nero non più soltanto attraverso singole eccezioni qualitative, bensì come fenomeno territoriale. La sfida, però, non è trasformare il Casentino in una piccola Borgogna italiana. Tommasi e Federico Staderini con Cuna hanno dimostrato, piuttosto, come un vitigno internazionale possa diventare strumento di lettura di un territorio quando smette di essere imitazione del proprio luogo d’origine.

Pinot Nero: gli assaggi del cuore
La masterclass dedicata al Pinot Nero, condotta da Luca Radicchi, ha permesso nel prosieguo della giornata di spostare la riflessione dal vigneto al bicchiere. Ed è proprio qui che alcune interpretazioni hanno mostrato una maturità espressiva ormai difficile da liquidare come semplice sperimentazione.
Tra queste, Podere della Civettaja – Civettaja 2023 resta un riferimento inevitabile. Siamo a Romena, Pratovecchio, intorno ai 500 metri di altitudine, su suoli argillo-calcarei. Il Pinot Nero fermenta spontaneamente in tini di rovere aperti e vasche di cemento, prosegue l’affinamento in vecchie barrique e per dieci mesi in cemento, prima dell’imbottigliamento senza filtrazione.
Nel calice il colore ha trasparenza borgognona: carminio di media concentrazione, attraversato da riflessi granato e luminosità integra. L’apertura è balsamica, con l’alloro che anticipa ribes rosso, lampone e visciola; seguono cassis e viola mammola, poi il registro progressivamente si scurisce verso radice di liquirizia e una sottile speziatura di noce moscata. È soprattutto il sorso, però, a spiegare il vino: ingresso preciso, freschezza netta e succosa, tannino finissimo e perfettamente integrato. La componente sapida ne amplifica la progressione e prolunga la persistenza sul frutto. Eleganza non come leggerezza, ma come capacità di tenere insieme complessità e misura.
Accanto alla Civettaja, Cuna 2021 di Podere Santa Felicita Staderini conferma la statura dei due progetti che hanno aperto la strada al Pinot Nero casentinese. Anche qui siamo a Romena, intorno ai 500 metri, su matrice argillo-calcarea. La vinificazione nasce da sette-otto raccolte differenziate, con uso parziale o totale dei raspi sulle uve più tardive e successivo affinamento in vecchie pièces di Borgogna.
Il tempo non sottrae colore: Il carminio mantiene profondità e vira appena verso il granato. L’olfatto procede per strati: alloro, incenso selvatico, ciliegia durone, cassis e mora di gelso. La bocca ha ampiezza senza peso; il tannino, fitto e setoso, trova nella freschezza agrumata il proprio contrappunto, mentre la sapidità sostiene l’allungo sul frutto. I 13,5% vol. risultano perfettamente assorbiti nella struttura. Un Pinot Nero di texture, profondità e precisione dinamica.
Diversa, ma altrettanto interessante, l’interpretazione di Pergentina con Passumena 2022, da Poppi, a circa 450 metri, su terreni argillo-calcarei ricchi di scheletro. La fermentazione avviene in cemento con lieviti selezionati, seguita da dodici mesi in barrique e sei in bottiglia.
Il colore conserva ancora una bella integrità carminio dai riflessi granati. Qui il registro aromatico si presenta inizialmente più maturo: mora di rovo in confettura e ciliegia lasciano progressivamente spazio al carattere più boschivo del vitigno. Emergono alloro, liquirizia, sottobosco, corteccia di china e rosmarino in fiore. L’ingresso è agile, sostenuto da un tannino presente, ma ben integrato nella freschezza agrumata, che richiama l’arancia amara. La sapidità accompagna un finale più austero, giocato sui ritorni di china, tamarindo e bitter. Un Pinot Nero meno immediato, interessante proprio nella sua lettura più scura e montana.
Tre vini, tre interpretazioni differenti. Ed è forse questo il dato più interessante: sta cominciando a esistere non “il” Pinot Nero del Casentino, ma una grammatica casentinese del Pinot Nero, fatta di declinazioni diverse e di alcuni elementi ricorrenti – freschezza, balsamicità, dinamica del sorso, rapporto con il bosco – che meritano di essere osservati nelle prossime vendemmie.

Non solo Pinot Nero: la Syrah cerca una propria voce
Limitare la crescita del Casentino al Pinot Nero sarebbe tuttavia riduttivo. La Syrah rappresenta un secondo campo di ricerca particolarmente stimolante, soprattutto quando la maturità fenolica riesce a convivere con la freschezza naturale dei siti più ventilati e con escursioni termiche significative.
Fra gli assaggi più centrati continua a imporsi Podere Sofia.
L’azienda lavora su appena 3.000 metri quadrati di vigneto piantati nel 2019. La Syrah in purezza conta circa 750 bottiglie: fermentazione spontanea in acciaio, nessun controllo della temperatura e diciotto mesi di affinamento in barrique.
Al calice un rubino fitto, quasi impenetrabile. Il primo registro è dominato dalla frutta scura – cassis, mora di gelso, ciliegia selvatica – immediatamente attraversata da una vena balsamica di alloro e radice di liquirizia. Poi emerge la firma varietale: pepe nero, pasta di oliva e un ricordo sottile di tabacco biondo. Il sorso è pieno ma mai pesante, il tannino vellutato e perfettamente integrato nella freschezza; la chiusura sapida torna sulla ciliegia scura e sul cacao. Una Syrah che mostra una sorprendente affinità con quella matrice nord-rodaniana nella definizione della spezia e nella tensione gustativa, senza rinunciare a una propria espressione toscana.
Più strutturato il dialogo con il territorio di Mandorli 2021 di Azienda Agricola Cincinelli.
Mandorli nasce da un ettaro di Syrah impiantato nel 1999, a circa 300 metri, su un terreno franco-argilloso ricco di scheletro e calcio. Una parcella dominante e ben ventilata, caratteristica che favorisce naturalmente la gestione fitosanitaria e consente di contenere gli interventi. Fermentazione in acciaio e dodici mesi in botti di rovere francese completano il quadro.
La veste è intensa e luminosa, rubino profondo con ancora evidenti riflessi violacei. La matrice olfattiva è nitida: mora di gelso e mirtillo aprono il profilo, la viola mammola ne alleggerisce il centro, mentre sottobosco, rosmarino in fiore, alloro e sensazioni mentolate costruiscono una progressione balsamica. Il sorso è vellutato, attraversato da tannini di buona consistenza e ben levigati; è soprattutto la freschezza fruttata a governarne la dinamica, impedendo alla struttura di sedersi con un finale lungo, succoso e armonico. Una Syrah che combina volume e verticalità senza ricercare la concentrazione come fine.
Chiude la mia selezione Villa Magra 2023, da Bibbiena: una Syrah nata da una piccola vigna piantata nel 2017, immersa fra i boschi delle Foreste Casentinesi. Vendemmia manuale, fermentazione in legno e affinamento per circa diciotto mesi fra barrique e Clayver di ceramica precedono il riposo in bottiglia.
Nel calice il colore è profondo, carminio acceso e luminoso. L’olfatto privilegia una matrice più rossa rispetto agli altri due assaggi: ciliegia durone e visciola, poi viola mammola, rosmarino in fiore e alloro. Al gusto il tannino è centrale e fine nella trama, sostenuto da una freschezza che riporta immediatamente il sorso verso la componente succosa del frutto. La sapidità accompagna lo sviluppo e ne sostiene la persistenza. Un vino di materia, che riesce però a non perdere slancio né eleganza.

Prima dell’altitudine viene l’identità
Il Casentino è oggi in una posizione rara. Altitudine, escursioni termiche, boschi, ventilazione e una viticoltura ancora relativamente giovane possono rappresentare un vantaggio nel nuovo scenario climatico, a condizione di non trasformarlo in una formula da replicare.
Il futuro non sarà semplicemente “più in alto”, ma nella capacità di leggere suolo, pianta e andamento fenologico, adattando di conseguenza le scelte agronomiche ed enologiche.
E soprattutto sarà nella capacità di non confondere adattamento con omologazione.
Per il Casentino questa distinzione vale ancora di più. Perché una terra che sta costruendo oggi la propria identità vitivinicola ha davanti una possibilità che molti territori più maturi non possiedono più: può decidere che cosa diventare osservando contemporaneamente gli errori del passato e le esigenze del futuro.
Il cambiamento climatico obbliga la viticoltura a muoversi. Il vero rischio è credere che, per farlo, sia necessario allontanarsi da ciò che si è.
Il Casentino sembra suggerire il contrario. Tra boschi, vigne e montagne, la sfida non sarà salire abbastanza in alto da fuggire dal clima che cambia. Sarà mettere radici abbastanza in profondità da riuscire a cambiare insieme a lui, senza perdere la propria voce.
Perché il futuro del vino non appartiene ai territori che riusciranno a sottrarsi al cambiamento, ma a quelli che sapranno attraversarlo restando riconoscibili al calice.

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