L’editoriale | Scuola Enologica di Avellino, il patrimonio tecnico che continua a costruire il futuro della viticoltura

di Valentina Taccone

Dalla fondazione nel 1879 alla formazione dei tecnici di oggi: scuola, azienda agraria, ricerca e conservazione del germoplasma fanno dell’Istituto “Francesco De Sanctis” un presidio strategico per la viticoltura campana.

Ci sono istituzioni che appartengono alla storia di un territorio e altre che, oltre ad appartenergli, hanno contribuito a costruirne il futuro. Di un territorio sì, ma anche della storia della viticoltura italiana. La Scuola Enologica “Francesco De Sanctis” di Avellino appartiene a questa seconda categoria. Come dire il contrario. Gli esordi di una storia così importante hanno inzio nel 1879 per iniziativa di Francesco De Sanctis. La scuola nasce in una fase nella quale l’agricoltura meridionale aveva bisogno di competenze, sperimentazione e strumenti tecnici capaci di accompagnare la modernizzazione del settore. La scelta di istituire ad Avellino una scuola specializzata in viticoltura ed enologia rispondeva a una necessità precisa: trasformare la conoscenza agronomica ed enologica in un fattore concreto di sviluppo per un territorio che nella vite aveva una delle proprie principali risorse produttive.

Quella intuizione conserva ancora oggi una straordinaria attualità.

Nel corso della sua storia, l’Istituto ha rappresentato un punto di riferimento per la formazione tecnica e per la ricerca applicata, ospitando figure che hanno contribuito in maniera significativa alla storia dell’agricoltura e della viticoltura italiana. Nomi come Michele Carlucci, Berlese, Peglion, Sostegni e Trotter appartengono a una stagione nella quale la scuola tecnica non era considerata un livello secondario dell’istruzione, ma uno degli strumenti attraverso cui costruire competenze, innovazione e autonomia produttiva.

È proprio questo il valore che merita di essere sottolineato.

Una scuola enologica non è soltanto un luogo nel quale si insegna a produrre vino. È un sistema nel quale agronomia, chimica, microbiologia, tecnologia alimentare, economia, analisi sensoriale e gestione aziendale devono necessariamente dialogare. La viticoltura contemporanea richiede infatti tecnici capaci di leggere contemporaneamente la pianta, il suolo, il processo produttivo e il mercato.

La specificità della Scuola Enologica di Avellino risiede anche nella possibilità di svolgere questa formazione all’interno di una vera azienda agraria. È un aspetto tutt’altro che secondario. L’azienda non rappresenta semplicemente un supporto didattico, ma costituisce un laboratorio produttivo nel quale le conoscenze teoriche vengono sottoposte alla verifica della realtà.

Potatura, gestione del vigneto, vendemmia, vinificazione, microvinificazione, analisi e sperimentazione diventano così parte di un unico percorso formativo. La differenza tra conoscere un processo e saperlo gestire professionalmente passa anche da qui: dalla possibilità di misurarsi direttamente con la variabilità biologica e produttiva.

L’azienda agraria dell’Istituto assume inoltre una funzione che va oltre la didattica. Le collezioni varietali e clonali conservate nelle strutture di Cappuccini e Torrette costituiscono un patrimonio di particolare interesse per la viticoltura campana. La presenza di cultivar di uva da tavola, di una piattaforma sperimentale dedicata alle varietà da vino e di una consistente collezione clonale dei principali vitigni autoctoni regionali rende queste strutture un vero presidio di conservazione del germoplasma.

Greco di Tufo, Fiano, Aglianico, Sciascinoso, Biancolella e altre varietà e selezioni presenti nelle collezioni rappresentano non soltanto materiale didattico, ma una riserva genetica sulla quale possono innestarsi attività di studio, selezione e ricerca. Un patrimonio da preservare e da cui partire per scriverci un’altra pagina per la storia della viticoltura.

In un’epoca nella quale la biodiversità agricola è diventata una questione strategica, conservare il patrimonio genetico della vite significa infatti tutelare una parte della capacità produttiva futura. La conservazione del germoplasma non è un esercizio rivolto al passato: è una forma di investimento sul futuro della viticoltura.
Lo stesso principio vale per il patrimonio corilicolo, particolarmente significativo in un territorio come l’Irpinia. Le collezioni presenti nell’azienda rappresentano un ulteriore esempio di come una scuola agraria possa svolgere contemporaneamente una funzione formativa, conservativa e sperimentale.

È questa integrazione tra scuola, azienda e ricerca a rendere particolarmente interessante il modello della Scuola Enologica di Avellino.

Anche il laboratorio enologico risponde alla stessa logica. La possibilità di disporre di strutture per vinificazione, microvinificazione e distillazione permette agli studenti di seguire direttamente le principali fasi della trasformazione enologica, confrontandosi con parametri, tecnologie e problematiche che difficilmente possono essere comprese fino in fondo attraverso la sola didattica teorica.

La produzione della scuola assume in questo contesto un significato ulteriore. Fiano DOCG, Greco DOCG, Taurasi DOCG, Aglianico, spumante metodo classico, rosato, passito e distillati rappresentano il risultato concreto di un’attività nella quale formazione e produzione convivono. Non si tratta semplicemente di prodotti con il marchio dell’Istituto: sono strumenti attraverso i quali la scuola può continuare a mantenere un rapporto diretto con la realtà vitivinicola.

Esiste poi un elemento che, per la nostra testata, assume un significato particolare.

La storia della Scuola Enologica di Avellino è infatti legata anche alla storia della divulgazione tecnica. Nel 1893 nasce il “Giornale di Viticoltura ed Enologia – L’Agricoltura e le Industrie Agrarie”, espressione di quella stessa esigenza di mettere in circolazione conoscenze, risultati sperimentali e innovazioni applicabili al mondo agricolo.

Quella esperienza editoriale appartiene a una stagione nella quale la divulgazione scientifica rappresentava uno strumento concreto di modernizzazione dell’agricoltura meridionale. Pubblicare studi, confrontare esperienze, diffondere nuove tecniche significava contribuire alla crescita professionale di un’intera comunità produttiva.

È una funzione che conserva pienamente il proprio significato.Come dire il contrario.

Oggi la viticoltura affronta questioni profondamente diverse rispetto a quelle di fine Ottocento: cambiamento climatico, gestione della risorsa idrica, sostenibilità degli input, selezione clonale, nuove tecnologie di cantina, tracciabilità, precision viticulture, evoluzione dei mercati e crescente attenzione alla qualità delle produzioni. Ma la necessità di disporre di conoscenze affidabili e di trasferirle rapidamente dal mondo della ricerca a quello produttivo è rimasta sostanzialmente la stessa.
Per questo una realtà come la Scuola Enologica di Avellino non dovrebbe essere considerata soltanto come una prestigiosa istituzione scolastica. È un’infrastruttura culturale e tecnica del territorio.
La sua funzione riguarda la formazione dei professionisti che entreranno nelle aziende, la conservazione del patrimonio genetico, la sperimentazione agronomica ed enologica, il rapporto con la ricerca e la diffusione delle competenze. In un territorio come l’Irpinia, dove la viticoltura rappresenta una componente centrale dell’identità agricola ed economica, mantenere forte questo sistema significa investire direttamente sulla capacità del comparto di affrontare il futuro.
La storia della Scuola Enologica di Avellino, dunque, non va letta soltanto attraverso le date, i nomi illustri o i riconoscimenti ottenuti nel tempo. Il suo valore più concreto sta nella continuità di una funzione: formare tecnici, produrre conoscenza, conservare biodiversità e creare un collegamento stabile tra il mondo della scuola, la ricerca e le imprese.

È questa, ancora oggi, la vera attualità dell’intuizione di Francesco De Sanctis.

Una scuola che nasce per modernizzare l’agricoltura continua a essere utile nella misura in cui riesce a preparare il settore alla prossima trasformazione. E per la viticoltura irpina, questa non è soltanto una responsabilità formativa. È una responsabilità territoriale.

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