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L’intervista | Teresa Bruno e la sfida dello sviluppo condiviso per l’Irpinia vitivinicola

di Valentina Taccone

Il Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia traccia la rotta del settore: «Non basta più produrre grandi bottiglie, la qualità deve diventare motore di crescita per l’intero territorio».

All’epocale trasformazione del comparto vitivinicolo, l’Irpinia risponde rompendo la crisi delle vendite e accelerando verso una nuova dimensione di sviluppo territoriale. Di vista, sempre le aziende. Una provincia che guarda responsabilmente al futuro e con un obiettivo chiaro: non basta più fare un grande vino, serve trasformare le denominazioni nel motore di sviluppo dell’intero territorio. Per Teresa Bruno, presidente Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, la qualità è un punto solido dove poter costruire un edificio di certezze di carattere economico e culturale. La sua non è più una scommessa, l’Irpinia è una certezza.  Ma resta la sfida ovvero superare le logiche individuali e fare sistema con istituzioni, turismo e tessuto produttivo locale, trasformando la tutela in una vera opportunità di crescita per l’intera filiera.

Presidente Bruno, l’Irpinia vitivinicola attraversa una fase nella quale il prestigio consolidato delle denominazioni si accompagna a nuove ambizioni di sviluppo economico e territoriale. Quale lettura dà di questo momento e quali condizioni ritiene necessarie affinché l’attuale fermento si trasformi in una crescita strutturale e duratura del comparto?

“Credo che, proprio in un momento di profonda crisi, l’Irpinia debba avere la capacità di cogliere questa fase come un’opportunità di cambiamento e di trasformare il grande patrimonio vitivinicolo costruito negli anni in un vero progetto di sviluppo territoriale. Le nostre denominazioni hanno consolidato nel tempo un patrimonio di reputazione importante, ma oggi questo non è sufficiente. Dobbiamo avere l’ambizione di portarle a livelli di riconoscibilità ancora più elevati, sia sui mercati nazionali sia su quelli internazionali. La qualità dei nostri vini è una condizione necessaria, ma da sola non basta. Una denominazione diventa realmente forte quando è riconoscibile, comunica un’identità precisa e costruisce un valore che va oltre il singolo produttore e la singola bottiglia. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo superare la logica delle iniziative individuali e costruire sinergie vere e strutturate tra imprese, istituzioni, territorio, cultura, turismo e ristorazione. La promozione del vino, infatti, non può più essere separata dalla promozione dell’Irpinia. Il vino deve diventare il punto di partenza per raccontare il territorio e, allo stesso tempo, il territorio deve aumentare il valore dei nostri vini. Non basta più produrre un grande vino: dobbiamo fare in modo che sempre più persone sappiano riconoscerlo, desiderarlo e associarlo immediatamente all’Irpinia.”

Quale deve essere oggi il perimetro dell’azione consortile? Il Consorzio può limitarsi alla tutela e alla promozione delle denominazioni oppure deve assumere un ruolo più incisivo nell’orientare le politiche di sviluppo del sistema vitivinicolo e turistico irpino? E con quali strumenti può esercitare concretamente questa responsabilità?

“Il perimetro dell’azione consortile deve oggi ampliarsi. Tutela e promozione restano fondamentali, ma non bastano più. Dobbiamo far crescere la riconoscibilità delle nostre denominazioni e trasformare questo valore in sviluppo per l’intero territorio. E per farlo serve una filiera realmente partecipativa: dall’agricoltore al vinificatore, fino all’imbottigliatore, tutti devono sentirsi parte del progetto e protagonisti della vita consortile. La seconda parola chiave è sinergia: con Regione, Provincia, Comuni e con tutto il sistema turistico, culturale ed economico. Il Consorzio deve essere un luogo di confronto, aggregazione e progettazione, capace di portare le esigenze della filiera sui tavoli istituzionali e trasformarle in progetti concreti. Più partecipazione della filiera, più sinergia con le istituzioni, più capacità di progettare: è così che la tutela può diventare sviluppo.”

Quali sono oggi le priorità che guidano la programmazione del Consorzio sul fronte della promozione, del posizionamento sui mercati e dello sviluppo delle denominazioni? E attraverso quali indicatori intendete misurare l’efficacia delle iniziative, distinguendo la visibilità ottenuta dalle ricadute reali sulle imprese, sulla notorietà delle denominazioni e sul valore generato per il territorio?

“Oggi la priorità è molto semplice: far crescere la riconoscibilità delle nostre denominazioni e trasformarla in valore per le imprese e per il territorio. Dobbiamo promuovere di più e meglio, soprattutto sui mercati dove abbiamo ancora margini di crescita. Ma dobbiamo anche cambiare il modo in cui valutiamo quello che facciamo. Perché non basta dire che abbiamo avuto visibilità, articoli o partecipato a tanti eventi. La visibilità è importante, ma è un mezzo, non il risultato. Dobbiamo capire cosa succede dopo: se aumenta la conoscenza delle denominazioni, se crescono le opportunità commerciali, se migliorano il posizionamento e il valore dei nostri vini e se arrivano più visitatori sul territorio. Quindi dobbiamo guardare ai risultati concreti: andamento delle vendite, presenza sui mercati, notorietà delle denominazioni, contatti commerciali e crescita dell’enoturismo. E c’è un parametro che per me viene prima di tutti: quanto valore riusciamo a creare per la filiera. Dobbiamo passare dalla logica della semplice presenza a quella del risultato: non chiederci soltanto quanta visibilità abbiamo ottenuto, ma quanto valore quella visibilità è riuscita a generare.”

La Regione Campania ha introdotto strumenti e indirizzi dedicati all’enoturismo. Quale rapporto si è instaurato, o dovrebbe instaurarsi, tra la programmazione regionale e la progettualità del Consorzio? Ritiene che le misure oggi disponibili siano adeguate alle esigenze dell’Irpinia oppure sia necessario un ulteriore salto di qualità nelle politiche pubbliche di settore?

“Il rapporto con la Regione Campania è molto positivo. Faccio parte della Cabina di Regia insieme agli altri Consorzi, e per me è uno strumento importante perché ci permette di portare direttamente al tavolo regionale le esigenze reali dei territori e della filiera. Le misure per l’enoturismo ci sono e sono un’opportunità. Quello che dobbiamo migliorare è soprattutto la velocità: meno burocrazia, procedure più semplici e tempi più rapidi per trasformare le opportunità in investimenti concreti. Personalmente credo molto nel confronto che si è creato con la Regione. La sinergia funziona quando il territorio porta le proprie esigenze e le istituzioni hanno la capacità di ascoltarle e trasformarle in strumenti concreti.”

Il sistema vitivinicolo irpino presenta realtà produttive molto diverse per dimensione, organizzazione, capacità di investimento e presenza sui mercati. Quanto questa articolazione rappresenta una ricchezza e quanto, invece, rischia di rendere difficile la costruzione di una strategia condivisa? Quali strumenti può mettere in campo il Consorzio per rafforzare la coesione della filiera e accompagnare le imprese nei processi di innovazione, internazionalizzazione e accoglienza?

“La diversità delle nostre aziende è una ricchezza. Abbiamo dimensioni, esperienze e mercati diversi e proprio per questo possiamo imparare gli uni dagli altri. E devo dire che negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti: il dialogo è cresciuto e c’è una maggiore consapevolezza della necessità di lavorare insieme. Ora dobbiamo consolidare questo percorso. La vera opportunità è favorire ancora di più lo scambio di esperienze: chi ha già affrontato determinati percorsi può aiutare chi sta iniziando, creando crescita per tutta la filiera. Ma c’è una condizione indispensabile: la volontà delle aziende di dialogare. Il Consorzio può creare occasioni e strumenti, ma non può imporre il confronto. La partecipazione deve essere una scelta consapevole delle imprese. La coesione non significa essere tutti uguali. Significa avere la volontà di confrontarsi tra diversi e fare delle differenze una forza.”

L’enoturismo può rappresentare una leva di sviluppo soltanto se supera la dimensione della semplice visita in cantina. Quali condizioni devono realizzarsi affinché diventi un investimento produttivo capace di generare reddito, occupazione qualificata e valore distribuito lungo l’intera filiera, coinvolgendo ospitalità, ristorazione, servizi e patrimonio culturale?

“L’enoturismo può diventare una vera leva di sviluppo, ma deve andare oltre la semplice visita in cantina. Il visitatore deve vivere l’Irpinia, attraverso vino, paesaggio, borghi, cultura, gastronomia e ospitalità. Per questo è fondamentale creare una rete tra cantine, strutture ricettive, ristorazione, servizi e istituzioni. L’obiettivo è fare in modo che il valore generato dal turista si distribuisca lungo tutta la filiera, creando reddito, nuove professionalità e occupazione. La parola chiave è ancora una volta sinergia: la cantina può essere la porta d’ingresso, ma deve essere tutto il territorio a costruire l’esperienza. Non dobbiamo vendere soltanto una visita: dobbiamo costruire un’esperienza che generi economia e faccia venire voglia di tornare.”

L’Irpinia deve puntare su una sommatoria di esperienze aziendali oppure costruire una vera destinazione enoturistica, riconoscibile e organizzata? In questo secondo caso, quale modello di governance può coordinare imprese, Consorzio, Comuni, Regione e operatori turistici, evitando la frammentazione delle iniziative e dando continuità alla promozione?

“Io credo che l’Irpinia debba fare un salto di qualità: non possiamo limitarci a sommare tante esperienze aziendali, dobbiamo costruire una vera destinazione enoturistica. È anche una delle ambizioni che ho dato a questa Presidenza: fare del Consorzio l’organo capofila di un progetto territoriale, capace di mettere in rete imprese, Comuni, Regione e operatori turistici. È un’ambizione importante, naturalmente, ma l’obiettivo è molto chiaro: superare la frammentazione e costruire una strategia unica e continuativa di promozione dell’Irpinia. Ogni soggetto deve mantenere il proprio ruolo e le proprie competenze, ma dobbiamo riuscire a lavorare dentro una visione comune. La vera sfida è passare dalla somma delle singole iniziative a un’identità territoriale riconoscibile. Il turista non deve scegliere soltanto una cantina: deve scegliere l’Irpinia, sapendo di trovare un territorio organizzato, accogliente e capace di offrire un’esperienza completa.”

I dati sul turismo provinciale evidenziano una componente internazionale in crescita e una permanenza media degli stranieri superiore a quella dei visitatori italiani. Il Consorzio dispone di una lettura specifica di questi flussi? È possibile quantificare quanti visitatori raggiungano l’Irpinia per motivazioni direttamente legate al vino e alle sue denominazioni e quali siano i principali mercati di provenienza?

Al momento non abbiamo ancora una lettura specifica che ci permetta di quantificare quanti visitatori arrivino in Irpinia motivati direttamente dal vino e quali siano con precisione i principali mercati di provenienza. Credo però che questa debba diventare una priorità del nostro lavoro. Per programmare meglio la promozione dobbiamo conoscere chi arriva, da dove proviene, quanto si ferma e quali esperienze cerca. Solo attraverso una lettura più puntuale dei flussi potremo orientare gli investimenti verso i mercati realmente interessati all’Irpinia e costruire un’offerta enoturistica più efficace. Oggi questa fotografia ci manca, ma dobbiamo costruirla: conoscere i flussi significa poter progettare meglio il futuro.”

Il confronto con territori italiani che hanno sviluppato una forte competitività enoturistica dimostra come la qualità dei vini debba essere accompagnata da accessibilità, servizi, capacità di accoglienza e promozione integrata. Quali sono oggi i principali ritardi strutturali dell’Irpinia e, considerando anche i cambiamenti climatici, la necessità di innovazione e il ricambio generazionale, su quali priorità occorre intervenire per rafforzare la competitività del sistema nel medio e lungo periodo?

Se dovesse indicare una priorità sulla quale concentrare l’azione del Consorzio nei prossimi anni, affinché l’Irpinia possa trasformare il proprio patrimonio vitivinicolo in un progetto di sviluppo riconoscibile e duraturo, quale sarebbe? E quale risultato concreto vorrebbe poter consegnare alle imprese e al territorio al termine del suo mandato?

“Se devo indicare una sola priorità, dico far conoscere l’Irpinia per quello che è realmente e portare le nostre denominazioni a un livello di riconoscibilità molto più alto. È questa la sfida che sento più mia. Abbiamo vini, aziende, paesaggio e una storia che meritano di essere conosciuti molto di più. Dobbiamo trasformare questo patrimonio in valore e fare del vino il motore di una nuova idea di territorio. Vorrei lasciare una filiera più unita, più partecipativa e più consapevole della propria forza, capace di confrontarsi e di costruire insieme. E vorrei che il Consorzio fosse sempre più un punto di riferimento, capace di mettere in relazione imprese, istituzioni e territorio. Ma soprattutto vorrei lasciare un’Irpinia più conosciuta. Se tra qualche anno un consumatore, un turista o un operatore internazionale penserà all’Italia del vino e penserà anche all’Irpinia, saprò che abbiamo fatto un passo importante. Il mio obiettivo è semplice: fare in modo che l’Irpinia non debba più essere scoperta per caso, ma scelta consapevolmente. E se riusciremo a far sì che l’Irpinia venga scelta, conosciuta e riconosciuta per il suo vino, per il suo territorio e per la sua identità, allora avremo trasformato una grande tradizione in un vero progetto di futuro.”

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