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Salvatore Martusciello, il vino come presidio degli areali storici della Campania

di Valentina Taccone

Dai Campi Flegrei all’Aversa fino a Gragnano e Lettere, il progetto di Salvatore Martusciello nasce dal recupero di territori e pratiche viticole che rischiavano di perdere centralità. Un lavoro costruito sulla conoscenza delle vigne, sulla conservazione delle varietà locali e sulla continuità delle tecniche tradizionali.

C’è una parte della viticoltura campana che non può essere letta partendo dalle produzioni territoriali. Anzi. Dve essere osservata dal contesto ampelografico, ad esempio. Piani di lettura multilivello e trasversali. È su questa dimensione che si sviluppa il progetto vitivinicolo di Salvatore Martusciello, costruito in oltre trent’anni di attività a partire da alcuni degli areali più caratteristici della regione: Campi Flegrei, Aversa e Penisola Sorrentina, con le denominazioni Gragnano e Lettere.

Il percorso nasce dalla volontà di riportare al centro della produzione viticola campana territori e varietà che, nel corso del Novecento, avevano progressivamente perso superficie e riconoscibilità. La pressione urbanistica, la sostituzione dei vecchi impianti e l’introduzione di varietà estranee alle tradizioni locali avevano infatti modificato profondamente il paesaggio viticolo. Un cambiamento che metteva avanti un segno negativo. Ma il lavoro della famiglia Martusciello, costante e instancabile, si è sviluppato proprio all’interno di questa fase di trasformazione partendo dal recupero dei vigneti, per continuare poi alla ricerca diretta sulle pratiche agricole ancora presenti nelle campagne.

Salvatore Martusciello, poi insieme alla sua compagna, di vita e di lavoro Gilda Guida, entra giovanissimo nell’attività familiare. Un punto di partenza è stato quindi la conoscenza della materia prima. Censimenti dei vigneti, ricerca delle varietà, ricostruzione delle consuetudini agronomiche e confronto con i viticoltori hanno costituito una parte sostanziale di un percorso che ha preceduto la definizione dei singoli vini. Un approccio che considera la denominazione non come semplice categoria commerciale, ma come sintesi di vitigni, ambiente, pratiche agricole e storia produttiva.

È particolarmente evidente nei Campi Flegrei, dove il progetto è legato alla Falanghina e al Piedirosso. Il contesto pedoclimatico flegreo presenta caratteristiche difficilmente replicabili in altre aree viticole campane: suoli di origine vulcanica, presenza di sabbie e una morfologia fortemente condizionata dall’attività della caldera. In diversi siti la tessitura dei terreni e la loro origine hanno inoltre contribuito alla conservazione di viti a piede franco, non interessate dalla fillossera nella stessa misura osservata in altri territori.

Il dato non è soltanto storico. La coltivazione su piede franco rappresenta un elemento tecnico di grande interesse per la viticoltura contemporanea, perché consente di conservare materiale vegetale non innestato e quindi una componente genetica e agronomica strettamente legata alla storia viticola locale. Nel caso della Falanghina e del Piedirosso dei Campi Flegrei, questo aspetto si inserisce in un ambiente nel quale suolo vulcanico, clima marittimo e morfologia dei versanti contribuiscono a determinare condizioni di coltivazione molto specifiche.

A questo patrimonio è dedicato il progetto Settevulcani, una interpretazione delle due principali varietà flegree attraverso il rapporto diretto con il territorio. Il nome richiama i principali edifici vulcanici dell’area, ma il valore del progetto risiede soprattutto nella volontà di mantenere distinta l’identità dei vini flegrei rispetto alle interpretazioni delle stesse varietà coltivate in altri contesti regionali.

La stessa impostazione si ritrova nell’area aversana, dove il protagonista è l’Asprinio d’Aversa. Qui il tema della conservazione assume una dimensione ancora più evidente attraverso l’alberata aversana, uno dei sistemi di allevamento più singolari della viticoltura italiana.

Le alberate modificano radicalmente il rapporto tra vite e spazio agricolo. Le piante raggiungono altezze considerevoli e vengono sostenute da strutture che richiedono competenze manuali specifiche, sviluppate e trasmesse nel tempo all’interno delle comunità rurali. Non si tratta quindi soltanto di una particolare forma di allevamento, ma di un sistema agronomico complesso che comprende potatura, gestione della vegetazione, raccolta e organizzazione del lavoro.
La vendemmia stessa conserva caratteristiche differenti rispetto alla viticoltura specializzata moderna. I grappoli vengono raggiunti attraverso scale tradizionali e raccolti manualmente, in un sistema nel quale la dimensione della pianta condiziona direttamente tempi e modalità operative.
È all’interno di questo contesto che nasce Trentapioli, Asprinio d’Aversa DOC Spumante Brut millesimato ottenuto da vigneti ad alberata e prodotto con metodo Martinotti. Il nome richiama proprio la scala utilizzata per raggiungere la sommità delle piante, trasformando un elemento della pratica agricola in una chiave di lettura del vino.

L’Asprinio, dal punto di vista enologico, presenta caratteristiche particolarmente adatte alla produzione di vini spumanti di profilo fresco e verticale. L’elevata acidità naturale e la struttura della varietà consentono infatti di lavorare su basi spumante capaci di mantenere tensione gustativa e capacità di evoluzione. Nel progetto Martusciello, questa vocazione viene associata alla conservazione dell’alberata, mettendo in relazione tecnica enologica contemporanea e sistema viticolo tradizionale.

Diversa, ma altrettanto significativa, è la situazione della Penisola Sorrentina. Gragnano e Lettere appartengono a un sistema viticolo nel quale altitudine, esposizione e composizione varietale determinano differenze rilevanti all’interno di una stessa tipologia produttiva.

Il progetto Ottouve nasce proprio dalla volontà di non appiattire queste differenze. I vini condividono infatti una base varietale composta da numerose uve locali, con Piedirosso, Sciascinoso e Aglianico come componenti principali, ma conservano la complessità determinata dalla presenza di varietà minori tradizionalmente utilizzate nei vigneti misti dell’area.

Castagnara, Olivella, Suppezza e Uva Sabato appartengono a quel patrimonio di vitigni che raramente trovano spazio nelle moderne classificazioni commerciali, ma che possono contribuire in modo significativo alla riconoscibilità del vino. È proprio questa componente varietale secondaria a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del progetto: la conservazione della complessità del vecchio vigneto campano non passa necessariamente dalla produzione di vini monovarietali, ma può essere affidata anche alla permanenza degli uvaggi tradizionali.

La differenza tra Gragnano e Lettere emerge quindi dalla combinazione di territorio, altitudine, esposizione e composizione degli impianti. Elementi che, pur all’interno della stessa area geografica, modificano la maturazione delle uve e di conseguenza il profilo sensoriale dei vini.
Il filo conduttore dell’attività di Salvatore Martusciello è dunque rappresentato dalla scelta di lavorare sulle denominazioni storiche attraverso una conoscenza diretta dei vigneti. È un modello produttivo che attribuisce alla cantina una funzione successiva rispetto al lavoro di ricostruzione del patrimonio viticolo: prima vengono individuate le vigne, le varietà e le pratiche; successivamente queste informazioni vengono trasferite nel processo di vinificazione.

La ricerca sulle consuetudini agricole e il rapporto con i conferitori assumono in questo senso un ruolo centrale. La selezione dei vigneti non viene affidata esclusivamente a parametri quantitativi, ma alla conoscenza della storia produttiva degli appezzamenti e delle persone che li coltivano. È una modalità di approvvigionamento che consente di mantenere una maggiore coerenza tra vino e denominazione, soprattutto in territori dove la frammentazione fondiaria e la progressiva riduzione delle superfici vitate hanno rappresentato criticità strutturali.

Il risultato è un progetto che mette insieme tre areali profondamente differenti. Nei Campi Flegrei prevale la relazione tra vitigno, suolo vulcanico e piede franco; nell’Aversa il tema centrale è la conservazione dell’alberata e la vocazione dell’Asprinio alla spumantizzazione; nella Penisola Sorrentina è invece la complessità degli uvaggi tradizionali a costituire uno degli elementi distintivi.

Tre territori, tre sistemi viticoli e una medesima impostazione: recuperare ciò che esiste già prima di introdurre nuove interpretazioni. È probabilmente questo il dato più interessante del progetto Martusciello. In una viticoltura sempre più orientata alla standardizzazione dei processi e alla riconoscibilità immediata dei prodotti, il lavoro sui territori marginali, sulle varietà minori e sulle forme di allevamento tradizionali assume una funzione che supera la produzione di vino. Diventa uno strumento di conservazione del patrimonio agricolo.

In Campania, dove la biodiversità viticola rappresenta uno dei principali elementi di ricchezza del sistema regionale, mantenere in produzione un’alberata di Asprinio, un vigneto flegreo a piede franco o un vecchio uvaggio della Penisola Sorrentina significa conservare una parte del patrimonio tecnico e genetico della viticoltura locale.
È su questa continuità, più che sulla ricerca dell’originalità a tutti i costi, che si costruisce il progetto di Salvatore Martusciello: riportare il vino alla sua funzione originaria di interprete di un luogo, utilizzando la tecnica enologica per rendere leggibile, e non per sostituire, la specificità dei territori campani.

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