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Zafferano d’Irpinia: le metriche e la filiera di un network informale a micro-produzione

Quattro produttori, quattro autori. E nonostante lo zafferano non è ancora una coltura consolidata in Irpinia, attorno al Crocus sativus sta crescendo un interesse che parte da esperienze concrete. I quattro moschettieri dell’oro rosso d’Irpinia sono di Mirabella Eclano, Castel Baronia, Montemiletto e Fontanarosa. Con percorsi diversi, alla fine e in qualche modo, si sono trovati tutti allo stesso punto e hanno iniziato a guardare nella stessa direzione. Il confronto, poi, per conoscere meglio una coltura complessa e capire quali possibilità possa avere in quest’area.

Sono Francesco Guarino, Pina Lungarella, Italo Petrillo e Massimo Gambino**. Quattro storie agricole differenti, ciascuna con una propria specificità: la gestione del suolo e la moltiplicazione dei bulbi, la diversificazione e la trasformazione, la sperimentazione agronomica, l’esperienza maturata nella produzione e nella lavorazione.
Non esiste ancora un’associazione e non c’è una struttura formalizzata. C’è però un rapporto nato dalla conoscenza e diventato nel tempo un confronto costante. Si parla di impianti, terreni, bulbi, malattie, raccolta, essiccazione e trasformazione. Quattro esperienze che, proprio perché diverse, possono contribuire a costruire una conoscenza più ampia dello zafferano prodotto in Irpinia.

Francesco Guarino, dalla curiosità alla gestione del suolo

A Mirabella Eclano il percorso è quello di **Francesco Guarino**, titolare di Regehum.
La sua storia con lo zafferano comincia nel 2019, durante un viaggio di lavoro a San Gavino Monreale, in Sardegna. L’incontro con alcuni bulbi fa nascere l’idea di provare a coltivare il Crocus sativus in Irpinia.
Al ritorno arrivano i primi impianti e una ricerca che porta Guarino a confrontarsi con materiale proveniente da diverse aree d’Europa e da Paesi storicamente legati alla coltivazione dello zafferano, dalla Persia alla Turchia.
Ma il punto centrale del suo percorso diventa presto il terreno.
L’esperienza porta infatti a concentrare l’attenzione sulla fertilità del suolo e sulla sostanza organica. In questo contesto si inserisce la produzione di humus di lombrico ottenuto da letame bovino**, utilizzato nella gestione del terreno.
La produzione di zafferano rimane volutamente contenuta, intorno ai 40-50 grammi all’anno**. A questi si affianca la moltiplicazione dei bulbi, compresi quelli ottenuti in eccedenza rispetto agli impianti produttivi.
Il contributo di Guarino al gruppo nasce quindi soprattutto dall’esperienza maturata nella gestione del suolo e nella ricerca del materiale di propagazione, ma anche dalla volontà di osservare la coltura nel lungo periodo.

Pina Lungarella, tra produzione e trasformazione

A Castel Baronia lo zafferano trova spazio nell’attività di Pina Lungarella**, titolare dell’Azienda Agricola IrPina.
Il suo percorso è diverso. La spezia entra in un’attività agricola già articolata e si confronta con altre produzioni: olio, ortaggi, conserve ed erbe spontanee.
È proprio questa impostazione a caratterizzare il suo contributo. Lo zafferano non viene considerato soltanto come prodotto agricolo, ma anche come materia prima da trasformare e inserire in una proposta più ampia.
Da questa esperienza è nato il progetto dei “Panetti di zafferano”, premiato nell’ambito di Oscar Green.
Nel 2026 Lungarella è stata inoltre eletta presidente della locale Pro Loco.
Nel confronto tra i quattro produttori porta quindi una competenza che riguarda soprattutto la capacità di collegare produzione, trasformazione e valorizzazione**. Un passaggio importante per una spezia che, proprio per i suoi piccoli quantitativi, può trovare una parte del proprio valore anche nelle diverse forme di utilizzo.

Italo Petrillo, il campo come laboratorio

A Montemiletto il riferimento è Italo Petrillo, perito agrario, che ha trasformato la tenuta di famiglia in un luogo di sperimentazione sullo zafferano.
La sua esperienza si distingue per la dimensione della coltivazione e per l’attenzione alla ricerca. Una pubblicazione dedicata alla sua attività racconta una superficie di circa **30.000 metri quadrati**, tra vivaio e produzione a cielo aperto. In una delle annate descritte la raccolta ha raggiunto circa mezzo chilo di zafferano.
Numeri che raccontano una realtà diversa rispetto alle piccole produzioni degli altri percorsi, ma soprattutto un’attività nella quale la coltivazione è diventata anche occasione di studio.
Petrillo ha approfondito negli anni le tecniche legate al **Crocus sativus** ed è stato coinvolto in un percorso universitario dedicato alla coltivazione dello zafferano in Campania, oltre a confrontarsi con il mondo accademico e della ricerca.
Il suo apporto riguarda quindi soprattutto la **sperimentazione agronomica**: osservare le risposte della pianta, verificare le tecniche e mettere in relazione l’esperienza sul campo con le conoscenze disponibili.

Massimo Gambino, l’esperienza costruita negli anni

A Fontanarosa c’è Massimo Gambino**, la cui esperienza rappresenta il percorso di chi ha trasformato progressivamente la coltivazione dello zafferano in un’attività produttiva.
Dopo anni di lavoro lontano dall’agricoltura, Gambino ha scelto di tornare alla terra e di dedicarsi a una coltura che richiede attenzione e una forte componente manuale.
La sua esperienza si è costruita stagione dopo stagione, attraverso la gestione degli impianti, la raccolta e le fasi successive alla raccolta. È soprattutto durante la fioritura che il lavoro diventa intenso: i fiori vengono raccolti e gli stimmi separati manualmente, prima dell’essiccazione.
Accanto alla coltivazione, Gambino ha sviluppato anche competenze nella trasformazione dello zafferano e nella realizzazione di prodotti derivati.
Il suo contributo al gruppo è quindi quello di una conoscenza costruita direttamente nella pratica, attraverso anni di lavoro sulla pianta e sul prodotto.

Quattro competenze che si unisco e si ritrovano nelle differenze, verp punto di forza di questo confronto.
Guarinoporta l’esperienza sulla gestione del terreno e sulla moltiplicazione dei bulbi. Lungarella quella della diversificazione agricola e della trasformazione. Petrillo l’approccio più vicino alla sperimentazione e alla ricerca. Gambino una conoscenza maturata negli anni nella produzione e nella lavorazione.
Produttori che uniscono tutti i tasselli di una possibile filiera.
Il loro confronto riguarda aspetti molto concreti: quali bulbi utilizzare, come preparare il terreno, come gestire la coltivazione, quali criticità affrontare durante il ciclo produttivo, come organizzare la raccolta e come procedere con l’essiccazione.
Per una coltura ancora poco diffusa, condividere queste informazioni significa anche costruire una base di conoscenze che può essere utile a chi già produce e a chi, in futuro, potrebbe avvicinarsi allo zafferano.
Una coltura da conoscere prima ancora che da ampliare. Il percorso è ancora informale, ma l’esperienza dei quattro produttori mostra che in Irpinia esiste già una prima base di competenze sullo zafferano.
La prospettiva non è necessariamente quella di aumentare i volumi a ogni costo. Prima viene la conoscenza della coltura: la scelta dei terreni, la qualità dei bulbi, le tecniche di impianto, la gestione della fertilità, la raccolta e l’essiccazione.
Solo partendo da questi elementi si può ragionare su una produzione riconoscibile e su una possibile valorizzazione dello zafferano irpino.
A Mirabella Eclano, Castel Baronia, Montemiletto e Fontanarosa questo lavoro è già iniziato. Quattro produttori hanno preso strade diverse e oggi si incontrano attorno alla stessa coltura.
È ancora presto per parlare di un vero sistema produttivo. Ma le competenze ci sono, le esperienze anche. E il confronto tra queste quattro realtà potrebbe essere il primo passo per capire se lo zafferano può trovare in Irpinia non soltanto uno spazio di sperimentazione, ma una propria identità agricola.

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