Vesuvio DOP, identità e futuro: la sfida del territorio tra autoctoni, nuovi mercati ed evoluzione qualitativa

di Valentina Taccone

Dal recupero dell’identità varietale alla conquista di nuovi spazi sui mercati nazionali e internazionali, il comparto vitivinicolo vesuviano attraversa una fase di profonda evoluzione. L’introduzione delle menzioni monovarietali, la valorizzazione dei vitigni autoctoni con caprettone e piedirosso come bandiera territoriale, lo sviluppo delle nuove tipologie produttive e il crescente interesse verso l’enoturismo rappresentano alcuni dei passaggi chiave di una strategia orientata a rafforzare il valore della denominazione.

In questo scenario, il Consorzio di Tutela Vini Vesuvio DOP punta ad una direzione molto chiara: consolidare il legame tra vino e territorio, valorizzando una realtà produttiva ben distinguibile per storia, biodiversità e caratteristiche pedoclimatiche. E quindi, naturale il percorso apre lo sguardo alle sfide del cambiamento climatico, della competitività internazionale e della necessità di aumentare la percezione qualitativa della denominazione. Ne parliamo con Ciro Olivella, presidente del Consorzio di Tutela Vini Vesuvio DOP, per analizzare le prospettive di crescita del comparto, il ruolo delle nuove identità varietali e le strategie future per rendere il Vesuvio sempre più riconoscibile nel panorama enologico italiano e mondiale.

Adeguamento del Disciplinare e l’Identità Varietale
Presidente, l’introduzione nel disciplinare delle menzioni monovarietali (come Caprettone e Piedirosso) e delle nuove tipologie (Spumante e Riserva) ha segnato una svolta storica. Dal punto di vista del posizionamento tecnico sul mercato, come sta rispondendo il consumatore professionale e la distribuzione a questa netta distinzione tra il brand storico “Lacryma Christi” e la valorizzazione verticale dei singoli vitigni autoctoni?

L’introduzione delle menzioni monovarietali, resa necessaria per fornire una più precisa e oggettiva definizione della nostra identità ampelografica, ha prodotto un nuovo e significativo slancio sia in termini di produzione che di consumo.
In primo luogo, si è fatta chiarezza sull’identità di un vitigno autoctono unico ed esclusivo del Vesuvio, quale il Caprettone, atavicamente e ingiustamente confuso con il Coda di Volpe. Inoltre, con la produzione in purezza a marchio DOP dei nostri vitigni, non solo del Piedirosso, l’introduzione della “Bollicina” e della “Riserva”, si è inteso valorizzare la reale qualità di tutto il comparto produttivo.
Ciò ha rivitalizzato il mercato facendo registrare un deciso apprezzamento delle tipologie monovarietali a beneficio di tutta la produzione a marchio Vesuvio DOP.

I disciplinari moderni tendono sempre più a stringere le maglie sulle rese per ettaro e sui parametri chimico-analitici per innalzare il valore medio della denominazione. Ritiene che l’attuale assetto produttivo sia definitivo o il Consorzio ravvisa la necessità tecnica di avviare studi di zonazione ufficiale per introdurre in etichetta sottozone o “Unità Geografiche Aggiuntive” (UGA), come fatto in altri grandi territori italiani?

Intanto niente è definitivo. Il nostro disciplinare, così come qualsiasi altro disciplinare di produzione, deve fare i conti con fattori dinamici come il clima, prima di tutto, con i cambiamenti degli stili di consumo, con le innovazioni tecnologiche e tanto altre variabili. Pertanto, il Consorzio ha avviato programmi di ricerca al fine di identificare future varietà produttive idonee al nuovo assetto climatico che tenga conto delle caratteristiche morfologiche del suolo e del contesto geofisico in generale.
In riferimento alle UGA, mi piace riferire che l’areale della Vesuvio DOP, benché di modeste estensioni (solo 400 ettari), lo abbiamo diviso, per grandi linee, in versante Monte Somma (lato Terra) e versante Vesuvio (lato Mare). Ciascuna zona ha una propria identità data dall’esposizione, dal microclima e dalla morfologia del suolo. Ciò determina, pertanto, una diversa espressione produttiva, riconosciuta dal Consorzio, percepibile a esperti e/o a palati raffinati.
Tuttavia, viste anche le esiguità di bottiglie, ma soprattutto il rischio di creare confusione e non solo presso il consumatore finale, al momento non reputo prioritario identificare aree specifiche di produzione, benché se ne comprendano le potenzialità.

Il Vesuvio gode di un bacino turistico internazionale straordinario grazie alla vicinanza di Pompei e della costa. Dal punto di vista economico e dei canali di vendita, quanto incide oggi la vendita diretta e l’enoturismo in cantina sui bilanci delle aziende associate rispetto alla distribuzione Horeca tradizionale italiana? Esiste una strategia del Consorzio per consolidare la presenza della DOP nelle carte dei vini del centro-nord Italia, superando lo stereotipo del “vino per turisti”?

Nonostante che il nostro territorio sia fortemente interessato da cospicui e continui flussi turistici, a fronte di pochissime aziende che hanno inaugurato felicemente programmi di accoglienza in grado di offrire valide proposte, l’enoturismo è ancora tutto da sviluppare.
Pertanto, la distribuzione del nostro Vino avviene principalmente tramite tradizionali canali Horeca o attraverso contatti diretti tra produttori e piccoli esercizi commerciali (ristoratori, enoteche, rivenditori).
Tuttavia, al fine di promuovere lo sviluppo del territorio e non solo dal punto di vista ricettivo, visto il grande potenziale del nostro areale, il Consorzio ha inaugurato da tempo politiche che incentivano l’enoturismo sollecitando le cantine e le aziende produttrici a partecipare in maniera attiva alle iniziative proposte.
Ciò si è rivelato congeniale per ampliare il ventaglio di possibili itinerari, tra visite in cantina e visite nei vigneti, valorizzando al contempo siti archeologici, percorsi paesaggistici e naturalistici.
Queste iniziative, unite al corposo programma di partecipazione a fiere, eventi e manifestazioni a carattere nazionale ed internazionale, rappresentano le strategie più efficaci messe in campo dal Consorzio per favorire una adeguata conoscenza della nostra DOP e con essa del nostro territorio. Tuttavia, benché si sia da tempo superata la identificazione del “Lacryma Christi” con il “vino per turisti”, resta ancora molto da fare ai fini di un interessante nostro posizionamento nel mercato della Penisola.

Gli Stati Uniti e il Nord Europa rappresentano storicamente mercati di sbocco cruciali per i vostri vini, ma lo scenario macroeconomico globale è sempre più instabile e lo spettro di barriere tariffarie o dazi ciclicamente si riaffaccia. In che modo il Consorzio sta supportando le aziende per difendere la propria quota di mercato all’estero e quali sono le aree geografiche emergenti verso cui state indirizzando i prossimi fondi di promozione (es. OCM Vino)?
Il mercato statunitense, ma anche alcuni paesi europei quali la Germania, la Francia e l’Inghilterra, sono da sempre tra gli obiettivi commerciali privilegiati del Consorzio. Le misure restrittive poste dai vari governi, prima l’Inghilterra con la Brexit e poi i dazi imposti da Trump, rappresentano decisamente un forte deterrente e non facilitano azioni di promozione in questi paesi. Tuttavia, la volontà e la necessità di non perdere specifiche fette (per quanto piccole) di mercato conquistate negli anni, ci induce a sostenere progettualità che incoraggino le nostre aziende a “reggere” la sfida. Pertanto, ritenendo ancora plausibili politiche che favoriscano il libero interscambio soprattutto di prodotti tipici, facciamo più affidamento alla diplomazia internazionale che non a misure di sostegno.

Il tessuto vitivinicolo vesuviano è storicamente caratterizzato da una forte frammentazione fondiaria, con molte piccole proprietà. Dal punto di vista puramente commerciale, questa parcellizzazione rappresenta un limite strutturale per l’internazionalizzazione o può trasformarsi in un valore aggiunto legato al concetto di Cru e di artigianalità? Qual è l’obiettivo economico del Consorzio nei prossimi tre anni in termini di volumi prodotti e incremento del valore medio a bottiglia?

Sensibilizzare le aziende vitivinicole a ritrovare una identità territoriale che garantisse una riconoscibilità dei nostri vini è stato l’obiettivo e la principale ragion d’essere del Consorzio.
In un territorio così ricco di biodiversità, e che vanta oltre 100 diverse tipologie di uvaggi, caratterizzato da micro realtà imprenditoriali, il rischio era quello di presentare una miriade di proposte commerciali che avrebbero solo confuso il consumatore e non solo.
Pertanto, si è reso necessario innanzitutto fornire delle linee guide capaci di conferire una marcata identità alle diverse “interpretazioni” produttive. Le stesse modifiche al disciplinare sono state necessarie per tradurre la realtà ampelografica in reali e coerenti indirizzi di lavorazione.
Ciò ha prodotto significativi cambiamenti che hanno coinvolto tutto il comparto produttivo.
In questo contesto, mi preme sottolineare che alcune aziende sono state premiate per i propri sforzi e la propria capacità di vedere nel cambiamento una reale opportunità. Tali aziende, divenendo esempio per le altre, sono riuscite infatti a legare il proprio brand a determinate etichette e tipologie oggi fortemente richieste dal mercato (bollicine del Vesuvio, Caprettone e Piedirosso in purezza, ultimo ma non ultimo la Catalanesca). Tali produzioni, piccole ma pregiate, a ben vedere hanno guadagnato la simpatia del consumatore e con esso una importante fetta di mercato e non soltanto nazionale.
I successi e riscontri positivi rilevati, il confronto dei dati sulla produzione degli ultimi 5 anni, suggeriscono una prospettiva di crescita generale traducibile in aumento della produzione e della qualità dei nostri Vini.
Pertanto, benché non possa fornire una risposta precisa in termini statistici, guardo al futuro con consapevole ottimismo.

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